“L’ampiezza del potenziale di mercato della Cina, l’aumento del potere di acquisto della sua popolazione e il crescente spazio che viene dato dalle autorità cinesi all’espansione della domanda interna, e dei consumi in particolare, offrono ad economie, come la nostra, occasioni di scambio e di produzione che, per importanza, non hanno altro termine di raffronto se non la stessa unificazione del mercato europeo.”
Presidente Romiti, Signore e Signori, partecipo con piacere a questo incontro conviviale della Fondazione Italia-Cina, un ente che in poco più di due anni è stato in grado di dare un significativo contributo di iniziative e di attività per avvicinare sempre più il nostro mondo economico alla grande opportunità del secolo, l'economia cinese. Il programma di attività della Fondazione merita un particolare apprezzamento per l'ampiezza degli interventi previsti, per il coinvolgimento di professionalità qualificate, per le attività formative e culturali che si affiancano a iniziative di natura economica. Di grande valore è, in particolare, l'attenzione dedicata alle attività formative, che sono state impostate nei due sensi, per far comprendere ai cinesi la realtà italiana nelle sue diverse dimensioni e per spiegare agli italiani come varcare la grande muraglia della società e dell'economia cinese. Che la Cina sia una grande opportunità per le imprese italiane credo che la maggior parte di voi ne sia convinta quanto me. Si tratta di un paese che ha saputo raggiungere in due decenni il sesto posto nella graduatoria mondiale per prodotto nazionale; e lo ha fatto con una grande apertura verso il mercato mondiale. Il suo interscambio con l'estero nel 2004 era pari al 57,2 % del PIL, una percentuale superiore a quanto ha registrato la stessa Italia, con il suo 52 %. E non sono cresciute solo le esportazioni, perché le importazioni cinesi dall'inizio degli anni novanta sono aumentate di oltre il 250 %. Oggi, tra le grandi economie, quella cinese si presenta come la più dinamica al mondo, con un tasso annuo di espansione che, da 3 anni, supera il 9 % e che è stato dell'otto e mezzo per cento nella media degli ultimi 10 anni. Questi pochi dati bastano a spiegare come l'economia cinese sia uno dei motori della crescita economica mondiale e un mercato verso cui puntare. Ma sappiamo che non tutti gli imprenditori italiani vedono nella Cina una opportunità. Taluni vi vedono anche una minaccia grave per la loro stessa sopravvivenza e per l'economia italiana. Vi sono certamente aspetti che destano apprensione. Colpisce in modo particolare l'ondata di importazioni di prodotti tessili cinesi, di calzature, di macchinari, di altri manufatti e perfino di alcuni prodotti agricoli, un'ondata che si è accentuata in Italia nello scorso anno e che fa seguito agli incrementi notevoli registrati nella prima parte del decennio. L'interscambio mercantile con l'Italia cresce rapidamente e questo è un risultato positivo che va assecondato anche negli anni a venire. Ma cresce anche lo sbilanciamento nelle correnti di interscambio sotto diversi profili. Non è tanto il disavanzo italiano verso la Cina a richiamare l'attenzione, pur essendo salito lo scorso anno a 9,5 miliardi di euro, perché ogni disavanzo puó essere il riflesso del mutare dei vantaggi comparati tra paesi. È piuttosto la netta divaricazione che si evidenzia nei ritmi di incremento degli acquisti rispetto alle vendite che realizziamo in quel mercato. Nel solo anno 2005 i nostri acquisti di beni dalla Cina sono aumentati in quantità più del 18 %, mentre le nostre vendite sono diminuite del 7 %. Né è facile trovarvi una giustificazione nell'opposto andamento dei prezzi, misurati dai valori unitari, che vedono quelli cinesi sostanzialmente stabili e quelli nostri in aumento di quasi il 10 %. È noto, infatti, che le vendite di prodotti italiani nel mondo non fanno leva principalmente sulla capacità di competere sulla base del prezzo, ma sulla maggiore qualità, sulla creatività, in breve su un maggior valore aggiunto. Tuttavia, l'avanzata dei prodotti cinesi sul nostro mercato ha conseguenze dirompenti su alcune delle nostre produzioni, per due motivi in particolare. In primo luogo, perché è molto rapida, e in secondo, perché è troppo concentrata in alcuni comparti, che sono proprio quelli di specializzazione del nostro sistema produttivo. È di tutta evidenza, infatti, che vi è un notevole grado di sovrapposizione nella composizione merceologica tra le nostre produzioni ed esportazioni manifatturiere e quelle cinesi. Una delle conseguenze è lo spiazzamento dei nostri prodotti sia sul mercato interno, sia su quelli esteri. Ma sarebbe una visione miope e perdente fermarsi a queste considerazioni per abbandonarsi a reazioni protezionistiche. Urge, invece, a mio parere, che le nostre imprese operino per un riposizionamento competitivo, concentrandosi su quelle aree in cui il Paese dispone di un genuino vantaggio comparato. In ció si deve tener presente che, nonostante gli andamenti inquietanti a cui ho fatto cenno, l'economia cinese è e continuerà ad essere una grande opportunità per le nostre imprese. Credo che sia utile sottolineare i perché. La concorrenza cinese, come quella dei nuovi paesi emergenti, è un grande stimolo per il nostro sistema produttivo a concentrarsi nel miglioramento della competitività. Ció vuol dire non puntare solo sul prezzo, ma sul contenuto di ricerca, di innovazione, di qualità, di design, di stile delle nostre produzioni. Sono questi i punti di forza che hanno fatto del Made in Italy un prodotto apprezzato e richiesto in tutto il mondo. Su di loro occorre fare maggiormente leva in futuro con grandi investimenti in R&S, in innovazione, in qualità e nella formazione del lavoro. Sono condizioni essenziali anche per affermare accanto al Made in Italy, l'Italian concept e l'Italian design. D'altronde, con la crescita del tenore di vita di una grande massa di cinesi, come delle popolazioni degli altri paesi emergenti, vi è ampio spazio perché si possa sviluppare tra l'Italia e quei paesi un fiorente scambio commerciale di prodotti che, pur appartenendo agli stessi comparti merceologici, si differenziano per qualità, livello tecnologico, stile, creatività. In tal modo si puó salvaguardare quella capacità manifatturiera che il Paese ha maturato nel corso dei secoli e che non ha rivali al mondo. L'ampiezza del potenziale di mercato della Cina, l'aumento del potere di acquisto della sua popolazione e il crescente spazio che viene dato dalle autorità cinesi all'espansione della domanda interna, e dei consumi in particolare, offrono ad economie, come la nostra, occasioni di scambio e di produzione che, per importanza, non hanno altro termine di raffronto se non la stessa unificazione del mercato europeo. Come allora si aprirono ai nostri produttori possibilità di mercato che sono un multiplo di quelle disponibili all'interno del nostro paese, così, col decollo economico della Cina e di tutta l'Asia sud-orientale, si dilatano per le nostre imprese le opportunità di moltiplicare vendite e collaborazioni industriali e commerciali. Queste opportunità non risiedono soltanto nel tradizionale Made in Italy, nei prodotti di distinzione e del lusso, nel settore alimentare, che pure possono contare sull'allargamento continuo di quella parte della popolazione che dispone di
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